Mito e Poesia alla Wunderkammern. Ipotesi e questioni prima della mostra del 4 Dicembre
martedì, 2 dicembre, 2008Gorilla Magazine è lieta di presentare ai suoi lettori una riflessione critica scritta a due mani da Gianni Piacentini e Alessandra Troncone come incipit all’evento intitolato “Il Mito. Sancisci e scardina” che si terrà nella sede espositiva romana della Associazione Culturale Wunderkammern, una riflessione articolata in un evento espositivo/performativo sul concetto del mito inteso in senso sia umano che naturalistico.
MITO
Il gruppo bresciano ARIS, da non confondere con Ares, propone materiali vari che costituiscono le prove per un processo documentario atto a mitizzare individui. Tracce sparse e notizie biografiche analizzate e rintracciate allo scopo dell’elaborazione di un corpus grazie al quale un individuo possa assurgere a “mito”. Non sappiamo cosa vedremo in galleria ma già nell’obiettivo che gli ARIS si prefiggono, la mitizzazione, prendono le mosse una serie di questioni aperte sulle quali lo spettatore si confronterà in sede espositiva. La definizione di mito si differenzia innanzitutto dal consueto concetto di “star” che del “system” industriale e di massa è il prodotto. Bisogna insomma far piazza pulita dei media della sferica società contemporanea, come pure dei concetti di super-omismo, di divinità, perfino dei “casi” umani, letterari o artistici.
Gli ARIS sembrano tornare ad una concezione auratica svincolata da iconismi di superficie in voga nei nostri tempi. No. Scelgono il mito e la sua esemplarità umana, nonostante il mito risalga la linea leggendaria e favolosa che deriva da una visione delle divinità e degli eroi in rapporto con l’origine del mondo, del genere umano o di un popolo, fino a identificare in una persona, una cosa o un fatto una valenza leggendaria che trascende l’individuo (ad esempio: il mito di un personaggio storico o di un politico).
Gli ARIS si dovrebbero cioè distinguere dai “talent-scout” (tanto presenti in tutte le forme del nostro contemporaneo) e inventare un loro metodo per far condividere e riconoscere qualità universali di singoli individui, attivando cioè un sistema (che chiamar strategia suona improprio), un percorso, prestabilito a monte, che conduca al riconoscimento assoluto di personalità significative. Ci aspettiamo che l’esperienza dei gruppi artistici degli anni ottanta/novanta, sorta di agenzie che adottavano cultura sociologica e vere e proprie strategie del business per auto promuoversi e tautologicamente esistere in quanto prodotto riflessivo dello stesso sistema economico che li poteva far generare, sia davvero finita.
Ebbene, da parte degli ARIS, questi procedimenti dovrebbero essere differenti. Se la loro non è un’opera ma un’operazione complessa che mira al mito di fondazione incarnato, per quanto modesto, privato e individuale possa essere, la loro grande opera si potrà dire compiuta quando ci dimenticheremo del gruppo stesso a favore del mito da essi costruito. Il mito indipendente da loro dovrebbe prendere il sopravvento. Ma non pare questo il modo di incoraggiarli.
Di certo il confronto tra queste due autonomie ed energie, che non dovrebbero operare in simbiosi ma indipendenti, si basa su una ricerca di documenti e prove di esistenza che non andrebbero a interferire con quella che è la vita e, diremo, le opere dei candidati. A quanto pare questi individui si sottopongono ad un contratto… Ora, un individuo comune serba caratteristiche degne e capaci di reggere all’imposizione di cui gli artisti ARIS lo grava? Sono forti e lucidi, sia gli individui che gli artisti, di accollarsi un simile impegno?
Lasciamo aperta la questione giacché sarà il tempo e il loro percorso a darci risposte. In questa fase appare interessante la loro scelta di campo e il confronto col pubblico dell’arte, avvezzo a opere finite e definite. Un opera-operazione in fieri, è una sfida aperta: quanto meno un miraggio davvero visibile, quando non una vera fondazione esistenziale. Tutto nell’operazione degli ARIS genera dubbi e scatena questioni. Sono proprio questi i meriti dei bresciani: i quesiti irrisolti di cui domandare risposte e alimentare nuovi dubbi. Persone comuni sarebbero miti perfetti? Ogni individuo potrebbe essere mitizzato?
Alcune peculiarità rendono alcuni individui emblematici o, come intitolava un artista una sua opera “anch’io sono Dio”? Nella mostra alla Wunderkammern è scelto per “mito” ad esempio un prete. Ma può essere dato da un prete l’avallo a essere preso per “mito” anziché per “santo”? Se stupisce che Van Gogh non sia ancora stato fatto beato (il suicidio non nega la sua vita esemplare) altrettanto stupisce che un prete possa accettare di essere stato scelto. Verificheremo, sempre che ciò abbia senso, la verità dei dati, dei documenti che gli ARIS proporranno in mostra. Ma la supposta verità dei documenti induce a riflettere sulla necessità dei miti. Oppure alle prime tracce esposte ci renderemo conto di esser caduti in un tranello. D’altronde di miti resistenti è perennemente privo il mondo. Rendere qualcuno, prima della compiutezza dell’intera vita, protagonista nel ruolo di mito finisce forse per assegnargli un premio in anticipo sui meriti e gli esiti futuri. Fornire un aura, “incoronare” subito, dovrebbe in qualche modo predestinare e rendere partecipi della scelta operata. L’oggetto diventa soggetto. Il prescelto, in un rito che non conosciamo, espanderà naturalmente il raggio della sua azione, la persuasività della sua voce, la rappresentatività delle sue parole.
Gli ARIS ricercano il tempo perduto e quello futuro, in coincidenza. La leggenda umana, destinata all’umanità, è nominata come un titolo onorifico sulle spalle dei cavalieri prescelti. Jusep Torres Campalans è un pittore mitico, inventore a Parigi (con Picasso e Braque) del cubismo, a un certo punto della sua precoce vita a contatto coi grandi scelse la vita selvaggia tra gli indiani montanari del Messico. Max Aub tumultuoso e anarchico letterato nel 1958 ne raccontò la vita, riflettendo sull’evoluzione delle idee artistiche con cui si formò più di una generazione. In un’epigrafe della biografia lo scrittore sottolinea con una citazione “come può esistere verità senza menzogna?”. Campalans è un mito. Inesistente. L’operazione di Aub è fondamentale.
Trasformare una persona ‘normale’ (ma poi esiste la normalità?) in mito è un’operazione che all’arte e agli artisti dovrebbe riuscire benissimo. Se da Duchamp in poi ad ogni oggetto comune è permesso di passare ad uno status auratico, superiore, di entrare nell’Olimpo dell’arte – per riprendere il concetto di mito così come affrontato da Gianni – è evidente come questo possa accadere anche con le persone.
Ma, tra le possibili letture della mostra degli ARIS, non sottovaluterei il discorso mediatico. In attesa di vedere i materiali da loro proposti ed esposti, mi sembra comunque di intravedere una componente ironica, un accento sul come sia facile diventare ‘mitici’ più che ‘miti’ al giorno d’oggi. Un discorso che dunque appare nelle sue pieghe sociologico e antropologico, che non può non riportare ai meccanismi, talvolta perversi, che oggi aiutano a raggiungere fama e notorietà.
Leggendo degli ARIS, mi balzano agli occhi parole come “indagine”, “analisi scientifica”, “catalogazione”, segno di un intervento che fonda su basi solide, lucide, strutturalmente definite. Eppure, la scelta dei miti è per forza di cose arbitraria, forse casuale oserei dire.
Anche eroi si può diventare per caso; allo stesso modo, si può essere trasformati in mito per mano dell’arte (mi vien da pensare alle modelle firmate da Manzoni, presenze fisiche marchiate dal segno indelebile dell’artista che continuano a vivere nella memoria storico-artistica, seppur prive di nome).
Interessante mi pare anche la dicotomia tra processo e risultato; il primo impalpabile, un in fieri che presuppone una strategia mentale, innanzitutto. Il secondo fortemente oggettuale, legato a quei beni che si caricano di un significato particolare per il loro essere legati alla vita del ‘mito’. Oggetti che assumono il sapore di reliquie, se non di feticcio, e che riportano a un contesto propriamente fisico.
Come dire, siamo quel che mangiamo, quel che usiamo. E poi quel che le persone sanno e ricordano di noi (tra il materiale presentato dovrebbero esserci delle interviste). La memoria si condensa negli oggetti e nelle parole, due elementi qui facce della stessa medaglia.
Concordo con Gianni: le questioni sono tante, e di certo la mostra non mancherà di suscitarne delle nuove.
POESIA
Se dipendesse da lei , dalla poesia, preferirebbe fare giusto l’ancella mansueta. Operosa ma invisibile, modestamente fiera nella sua condizione remota, dedita alla riflessione del/sul mondo. Compagna solitaria non imbellettata come altre arti che condividono col pubblico il loro palco mondano. E infatti anche per la poesia le cose cambiano quando si pensa ai poemi trionfali e tronfi o quando si era poeti avanguardisti e si poteva contare sulla voluttà di essere fischiati.
Oggi la melma copre i colletti, le cravatte, i decoltè: la pelle si bagna e un poco la assorbe. E allora la crociata, vecchia e sempre nuova, che fa la poesia è di non starsene quieta, scritta sui fogli, in Times New Roman dimensione 12 o 14, ma ancora, ove possibile e in chi “non la vuol mandar giù”, la poesia fuoriesce, viene emessa. Di voce. La si bisbiglia o la si grida, la si declama o frantuma in schegge vocali che non potrebbe registrare una pagina scritta proprio come certa musica contemporanea non riesce a contenerla lo spartito. Gia perché di primo acchito saremmo certi che la poesia ha senso sulla carta negandole proprio la sua originaria oralità modulata, quasi canzone di sillabe, trasmessa alle orecchie.
Da conservare poi come presenza pulsante nel cervello impressionato e commosso. La poesia, si pensa di consueto, sarebbe un deposito, una polvere, nel suo formarsi e crescere, più lenta delle lancette dell’orologio. Uno strato grigio, la polvere, che su alcuni oggetti e superfici attecchisce meglio, e sospinta dall’andare dell’aria compone riccioli e aeree mareggiate. Ma questo non piace a chi ha memoria della storia della voce poetica e resta un vendicativo e ribelle anche dopo una smaliziata gioventù (che, di suo, facilmente estremizza).
Alla soglia del buon senso, che viene con la maturità, ci si ritira in accademia e si opta, dopo l’impegno, per la classicità o per l’impiego. Ma impiegati dell’arte, come è noto, non ce ne possono essere. Davvero che per Tomaso Binga (alter di Bianca Menna) e per Antonio Amendola la poesia è un’arte civile pronta a rintracciare tutte le valenze del suono, del rumore, del gesto e del corpo. E nel corpo del poeta vivente che opera sta il vero strumento che non dà spettacolo ma certo fa mostra di sé nel presente. La vera opera è quindi la presenza del poeta ma anche dell’ascoltatore. Tutti in carne e ossa armoniche. E a parlare di poesia al loro riguardo, con la sfrontatezza che ci è propria, non ci si sorprende di inclusioni per far coesistere del mondo, seppur rarefatti o in nuce, tutti i suoi suoni, i suoi versi, i suoi rumori.
Con un atteggiamento civile, detto per inciso in sintesi azzardata, i nostri sembrano tener conto della vera avanguardia storica italiana che è il “Giorno” del Parini. Nel triangolo poe-fonico di Tomaso Binga, Bianca Menna e Antonio Amendola tutto è acuminato o tagliente pure quando seduce la tondità dei dettagli. Se la poesia aggredisce è perché risponde con le proprie armi ad un affronto. Sceglie di competere con la forza alle aggressioni subite. Ai rumori risponde coi rumori, alle storture della civiltà apparente con i versacci tronchi o con una leggera indifferenza musicale. Agisce ad armi pari, la poesia vendicativa si scontra col mondo: sguainata come una sciabola sfiletta solo qualche brandello di pelle al nemico pubblico. Un duello che vuole il segno della prima goccia di sangue (il pubblico potrà dirsi touché).
La poesia performativa non subisce anzi risponde della sua complessa storia umana. Se alla siccità del pianeta terra la falsa comunicazione sbandiera la pubblicità delle acque minerali che ci ha fatto conoscere il fasullo benessere corporale in termini di “plin plin” (ben altra cosa dei versi di “fontana malata”), ecco la performance poetica risponderà con il suo impeto fluido. Ristabilirà a chi compete di suonare le campane.
Parola chiave: contaminazione. Corpo e parola, performance e poesia, regola e caso. Vito Acconci, cominciando da poeta, disse di aver sentito ad un certo punto l’esigenza che le parole si estendessero allo spazio circostante. E divenne il performer che tutti conosciamo.
Immagino la scrittura vivente di Tomaso Binga/Bianca Menna e la scrittura di voce di Antonio Amendola che si diffondono allo stesso modo nell’ambiente a loro designato, sconfinando l’una nell’altra. Vien da pensare al Cabaret Voltaire e alle serate futuriste, dove l’aggressione verbale si accompagnava talvolta a quella fisica. Ma, se di aggressione si tratta anche nel nostro caso, forse è da intendersi proprio come un perenne sconfinamento, un’irruzione nello spazio che si attua in senso fisico, fonetico, poetico.
Penso all’elemento visivo che si combina con quello sonoro, con il corpo a fare da tramite. Una gestualità che disegna le parole nell’aria e allo stesso tempo le canta.
Il pubblico non può restare fuori dall’evento; è chiamato probabilmente a decodificare i segni o semplicemente a lasciarsi andare a libere associazioni.
Regola e improvvisazione convivono così come “impone” la sperimentazione. Non saranno tirate fuori da un cappello, ma queste nuove parole in libertà sembrano mettere ancora in scena le infinite possibilità artistiche del linguaggio, verbale e musicale.
John Austin scriveva nel 1962 Come fare cose con le parole; le Aggressioni poetiche di Binga e Amendola potrebbero controbattere con un come fare arte con le parole.
Info:
IL MITO sancisci e scardina
Location: WUNDERKAMMERN, via Gabrio Serbelloni 124, Roma Inaugurazione: Giovedì 4 Dicembre 2008 – ore 18,30
Autori e opere: Gruppo ARIS Cinini/Martinotta/Simoni: MITO ARIS, installazioni ‘people-specific’. Presentazione di Francesco Tedeschi Tomaso BINGA, Antonio AMENDOLA: AGGRESSIONI POETICHE, performance. Presentazione di Giorgio Bonomi
A cura di: Associazione Culturale Wunderkammern – Presidente Franco Ottavianelli - www.wunderkammern.net
Durata e orario di apertura: dal 4 dicembre 2008 al 5 febbraio 2009. Aperto lunedì e mercoledì dalle 17,00 alle 19.30 o per appuntamento, 347 9044911. Chiuso sabato, domenica e festività natalizie.















