I musei e la cultura italiana in crisi? Colpa della politica. Parola del “The Burlington Magazine”
venerdì, 17 ottobre, 2008C’è sempre una certa soddisfazione campanilistica nell’apprendere che la stampa d’oltremanica si occupa degli affari italiani e tale soddisfazione si accresce ancorpiù quando il tema al centro del dibattito è l’arte e la cultura del Bel Paese. Notoriamente incensata per il suo patrimonio artistico, la nostra penisola è anche uno dei bersagli preferiti delle penne anglosassoni quando si tratta di affondare la lama nelle piaghe della altrettanto notoria disorganizzazione amministrativa ed incapacità a livello politico di prendere qulunque decisione.
La più prestigiosa rivista d’arte londinese (e probabilmente del mondo), The Burlington Magazine, edita dal lontano 1903, esce con il numero di ottobre con un editoriale intitolato “What future is there for Italian museums?“. Il titolo non fa ben sperare e l’intero articolo, che riportiamo di seguito in una personale traduzione, è ancora più definitivo nel tracciare una parabola discendente delle istituzioni museali, culturali e politiche del nostro paese, anche se, insapettatamente, il “caso napoletano” del Museo di Capodimonte lascia intravedere una fioca luce in fondo al tunnel del degrado culturale e politico della nostra classe dirigente.
Quale futuro c’è per i musei italiani?
(The Burlington Magazine, Ottobre 2008 • Numero 1267 • Volume CL)
Le implicazioni del titolo di questo editoriale potrebbero sembrare allarmiste, ma la questione è pertinente, data la crisi ideologica che ha afflitto i musei e le gallerie italiane per quasi venti anni e che minaccia le fondamenta stesse di tali istituzioni, grandi e piccole che siano, lungo tutto il paese.
I musei italiani soffrono particolarmente gli effetti della crisi politica che ha confuso – e ancora confonde – l’Italia, dimostrando che questi sono troppo dipendenti dal governo, sia a livello nazionale che regionale o comunale. Ad aggravare la situazione ci si mette anche la questione del ruolo del direttore museale figura che, in alcuni casi, non esiste neanche più nella vera accezione del termine. Importanti decisioni possono essere prese da un ministro appena competente in materia, qualcuno che può ricoprire tale carica anche solo per pochi mesi, o da consiglieri locali (assessori) che, anche se possono vantare certe credenziali culturali, invariabilmente, non hanno idea delle funzioni e prerogative essenziali di un museo; vi è anche la possibilità che questi possano presumere di aver adempiuto al loro dovere, organizzando una mostra sull’Impressionismo o una che comprende l’onnipresente nome di Caravaggio nel titolo, ma anche se così fosse essi, con il loro operato, non hanno comunque garantito le condizioni essenziali che consentono ad un museo di funzionare.
Che si tratti di una vera e propria crisi è evidente da un semplice confronto: nel corso degli ultimi venti anni, il Musée du Louvre di Parigi, la National Gallery di Londra, la Gemäldegalerie di Berlino e il Museo del Prado di Madrid – per citare solo i più noti esempi in Europa – hanno affrontato la necessità di ripensare la loro immagine e di migliorare le strutture, per consentire loro di perseguire la funzione per cui sono stati pensati. Non si può dire che tutti i risultati siano di egual successo, ma una volta che la necessità di agire è stata accertata, le decisioni sono state prese ed il lavoro è stato portato a termine.
Per quasi mezzo secolo si è parlato della necessità di allargare la Galleria degli Uffizi e la Pinacoteca di Brera – probabilmente, in termini storici e di importanza, i principali musei in Italia – ma tra le infinite discussioni e futili o disastrose spese (i ‘restauri’ di Palazzo Citterio a Milano, destinato ad ospitare mostre temporanee per la vicina Brera, sono la prova di ciò che è possibile spendere solo per danneggiare l’edificio senza risolverne i problemi) qualsiasi soluzione sembra ancora lontana.
In questo clima deprimente ci sono eccezioni: il Museo di Capodimonte a Napoli è stato completamente ripensato e riorganizzato nel giro di pochi anni, tenendo la maggior parte di ciò che era già lì, creando nuovi spazi, presentando le collezioni secondo uno schema che ha tenuto in considerazione la storia dell’istituzione ed i suoi collegamenti con la città, e l’organizzazione di mostre esemplari. In netto contrasto, la Galleria Borghese a Roma è stata oggetto di una ‘modernizzazione’ che ha dato risultati deplorevoli: la galleria è stata trasformata in una sorta di supermercato, con altoparlanti che annunciano la quantità del tempo consentito per la visita (un massimo di due ore dalla data di entrata) e l’annuncio di una serie di ‘offerte speciali’ per i visitatori dell’intero ciclo espositivo che, nonostante il parere degli spesso eminenti studiosi coinvolti, difficilmente sembrano necessarie in una galleria che è visitata soprattutto per la bontà della sua collezione permanente.
Si potrebbe pensare che i meriti e difetti di casi come questi sono direttamente imputabili ai responsabili dei rispettivi musei. Ma questo non sempre è il motivo. Un buon numero delle più disgraziate decisioni prese in merito ai musei italiani deriva dall’imperativo di sfruttamento finanziario, l’”idée fixe” dei politici quando si tratta del patrimonio artistico del paese. Bisogno dire che c’è anche dell’altro, quando è noto che una particolare soprintendente ha avuto il coraggio di chiedere al direttore di un museo di stato se fosse possibile tenere ricevimenti di nozze nelle sue venerabili stanze.
I famigerati ‘giacimenti culturali’ – un termine sintomatico di una concezione del patrimonio artistico come una risorsa sfruttabile economicamente – è stato istituito circa venti anni fa dal governo dell’epoca e ha avuto minimi risultati positivi. Tale sfruttamento e la mancanza di investimenti nei musei stessi è diventata quasi la norma nella politica culturale italiana. Una diretta conseguenza di questa politica è stata la decisione di esternalizzare alle imprese private la vendita dei biglietti dei musei e dei cosiddetti ‘servizi aggiuntivi’, con la conseguenza che programmi educativi, anche quelli per le scuole, sono ottenibili solo a pagamento, con il rischio che i visitatori finiscono per pagare più per l’agenzia di booking che per il museo stesso. L’idea che un museo è, per sua natura, un centro di eccellenza culturale, non un ‘vacca da mungere’, è stata persa – e questo a causa dei governi di qualunque colore politico, che spesso in modo casuale suggeriscono altre istituzioni europee e americane come modelli esemplari, senza comprendere la diversità della loro storia, della loro struttura e finalità.
In un paese che sta rapidamente perdendo la sua identità culturale, la fitta rete di musei sparsi in Italia – l’emblema della nazione stessa – è ora in una posizione pericolosa. Lo Stato rischia di occuparsi d’ora in poi solo di quelle istituzioni – non più di una dozzina – la cui gestione garantisce un reddito sicuro, con il conseguente pericolo che le gallerie nazionali in città come Bologna, Genova, Modena e Perugia siano praticamente abbandonate al loro destino. D’altro canto, alcuni comuni che vantano un certo numero di incomparabili musei, in alcuni casi, di uguale importanza ai musei di Stato come, ad esempio, Milano, Bergamo, Verona o Genova, grazie a decisioni politiche sconsiderate e alla mancanza di fondi, scelgono di investire maggiormente in effimere mostre dettate dalla commerciabilità, che in quello che la storia e generosi mecenati hanno affidato loro.
Alla fine, è il patrimonio culturale che ne paga il prezzo.















